Daniele ha quattro anni. In una mattina d'autunno la mamma lo accompagna in stazione e lo affida a un ragazzo col fazzoletto rosso...
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"Si misero a parlare fra loro ma non capivo. Mi aspettavano, o aspettavano un bambino senza sapere chi fosse […]. Il loro linguaggio aveva un accento strano e sconosciuto. Si stava bene in cucina, il tepore della stufa mi faceva rinvenire. Poi tutte le donne si diedero da fare. Una mi spogliò, prese un cencio umido e mi lavò le parti ustionate. Poi mi lavò tutte le parti del corpo tinte di blu, infine mi spalmò un unguento […]. Un’altra donna mi preparò una fumante tazza di latte con miele. La terza prese i miei pantaloni e sparì. Bevvi a stento metà del contenuto della tazza e crollai addormentato."
È appena finita la guerra e i partigiani hanno organizzato delle reti di mutuo soccorso per i bambini rimasti orfani o bisognosi. Daniele viene affidato a una famiglia di contadini del reggiano. Sua madre promette di tornare presto a prenderlo, ma in realtà dovranno passare sette anni prima di riuscire a tornare a casa.
Con uno stile asciutto e privo di retorica Il sapore del pane rievoca le fantasie sulla madre lontana, l'affetto contraddittorio per la famiglia adottiva, la dolcezza ruvida della vita contadina.
Diario vincitore del premio Pieve-Banca toscana 2003
Daniele Granatelli (1941) è nato a Lodi. Dato in affido a una famiglia a Massenzatico (Reggio Emilia) all'età di quattro anni, ha fatto ritorno a Lodi quando ne aveva dodici. A tredici anni inizia a lavorare come apprendista. Operaio in fabbrica e poi dipendente delle Poste, riprende a studiare alle scuole serali. Si è diplomato geometra e dal 1977 ha lavorato in Paesi del Sud del mondo come direttore logistico.








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