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Alessandro Bonaccorsi racconta “La via del disegno brutto”

Ho sempre pensato che il Disegno Brutto si sarebbe trasformato in un libro, ma non sapevo né quando sarebbe successo né come sarebbe stato.
Sin dall’inizio, da quando i primi semi del corso nel 2016 sono germogliati, appuntavo cose, studiavo immerso in libri che mi aprivano nuovi orizzonti, leggevo articoli e continuavo a prendere nota di ciò che imparavo.
Quando il corso è “esploso”, seguito e condiviso su Facebook, ho iniziato a creare dei piccoli frammenti di testo, “appunti per una filosofia del Disegno Brutto” li chiamavo. E in effetti si stava costruendo qualcosa di simile ad una semplice filosofia intorno alle mie esplorazioni sul disegno. 

Fare il libro
La Children’s Bookfair di Bologna del 2018 è stato il luogo dove il libro haemzesso il primo vagito. Io, Luca (Vetro Editions), Antonella (Terre di
mezzo) stretti ad un tavolino dello stand – nessuno di noi tre è basso! – ci accordammo con sguardi carbonari sul libro che sarebbe nato.Adesso toccava a me scriverlo. Dissi loro che lo volevo bianco: i disegni li avrebbero dovuti disegnare i lettori. Luca e Antonella sbiancarono (dentro) e capii che non erano d’accordo e che mi sarei dovuto impegnare un bel po’ per fare il più bel libro possibile.


La prefazione
Avevo chiesto a Guido Scarabottolo, uno degli artisti che mi avevano ispirato nell’idea del Disegno Brutto, se aveva voglia di scrivere una prefazione. Era l’unico illustratore italiano che aveva mostrato sincero interesse per il progetto e, segretamente, aveva assistito ad uno dei primi corsi brevi tenuti a Milano nella primavera del 2017. Forse ne avevamo parlato poco dopo il corso, a pranzo in un ristorante cinese, mentre io disperato chiedevo una forchetta e lui si mangiava qualche-pezzo-di-qualcosa-che-fortunatamente-non-ricordo immerso in una salsa di non-si-sa-cosa.
Mi inviò una prefazione appassionata e geniale, tutta risolta in un testo di nota.
Avevo tutto per partire. Non avevo scuse: toccava a me scrivere il libro.
E l’estate arrivava.


Scrivere un libro
Ho finito di scrivere il libro a fine agosto nella canicola appiccicaticcia.
Prima di capire che sarebbe stato meglio disegnarlo il libro, e parecchio.
Dopo i timidi disegni fatti solo per la parte introduttiva ho dovuto affrontare 200 pagine da riempire di segni, scarabocchi, disegnini, senza contare titoli e scritte a mano, cercando di mantenere la freschezza e l’imperfezione del Disegno Brutto.
Insomma, cercando di disegnare e scrivere male-ma-bene.


La fine di un libro

Tutto è finito soltanto un paio di settimane prima di Natale.
Virgole, segni, disegni, bibliografie, citazioni, tra cui quelle di Hockney e Rodchenko che non ricordavo più dove le avevo trovate, tutto da fare e rifare.
Quando il libro è andato in stampa, ho scritto a Babbo Natale e lui, capita la mia spossatezza, ha deciso di chiamarmi via Skype per consolarmi e per dirmi che i Lego Elves e i libri sulle montagne e tutte le altre cose richieste erano state messe nel sacco, che le renne stavano bene (una aveva la zampa destra infiammata ma la stavano curando) e che sarebbe stato puntuale come al solito, nonostante l’età e le richieste sempre maggiori di noi umani.
Dopo aver chiuso il notebook mi sono fatto una tisana allo zenzero, scottato la lingua e sono andato a letto.
Quando mi sono svegliato il libro era pronto, hanno suonato alla porta e consegnato una scatola piena di corallo.
Il mio tesoro era, al fine, stato trovato.
E io ero improvvisamente “ricco”.


Alessandro Bonaccorsi

Zelda Was A Writer ha letto il libro: 


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