Collane: Stili di vita
Progetto Watchdog
Nuova influenza

Come difendersi. Quello che non ci dicono. Un libro per capire e scegliere.

ISBN: 978-88-6189-111-1
Pagine: 240

Leggi l'articolo del Corriere della sera e l'intervista dell'Espresso.

 

“In casa l’avevano fatta tutti, grandi e bambini, senza neanche sapere che era l’H1N1, ma tutti
se l’erano cavata con qualche giorno di febbre. A lui invece gli è presa proprio brutta... fino al ricovero in terapia intensiva.”

 

L’H1N1 colpisce inaspettatamente i giovani, ha un’evoluzione molto rapida e, in qualche caso,
complicazioni polmonari. Ma la “vaccinazione di massa” è utile? Quali sono i rischi? È bene vaccinare i bambini? Che cos’è la pandemia, la prima dichiarata dopo quarant’anni, e quali sono i pericoli reali? Ci sarà una nuova ondata, come per la “spagnola”? E quali sono gli interessi in gioco?

 

Progetto Watchdog è il nome di un pool di giornalisti ed esperti che intendono il giornalismo e l’informazione come un pilastro indispensabile del vivere e del bene comune, un giornalismo che non smetta di distinguere tra ciò che è vero, falso, verosimile, presunto o solo possibile. Un “cane da guardia” del potere, sia economico che politico.

 

Leggi di seguito l'incipit dei principali capitoli.

 

 

(Incipit) capitolo 1

Nuova influenza: timori e realtà

 

E ora che si fa? Questo libro è nato dalla paura.
Il 2 aprile 2009 è stato isolato in Messico il paziente "numero zero" di una nuova influenza, e presto c'è stata un'escalation di morti e di preoccupazione.

Le notizie ci hanno da subito messo in apprensione, come milioni di altre persone.
Eppure non era la prima volta che, nel corso delle nostre esistenze, vivevamo un allarme del genere. Qualche anno fa c'era stata la Sars e poi l'aviaria, entrambe con indici di mortalità molto alti, ma mai ci era capitato di pensare: "E ora che si fa?".
Vero è che a Città del Messico la gente ha preso a girare con le mascherine, e che nelle prime settimane sembrava che le persone morissero come mosche; i turisti sono stati fatti rientrare in tutta fretta nei loro Paesi d'origine, altri in partenza sono stati bloccati, e ben presto il contagio si è diffuso negli Stati Uniti e via via in altre parti del mondo. Ma si è anche capito abbastanza in fretta che non eravamo di fronte a una nuova peste nera.

Oppure no?

Fin dall'inizio siamo stati presi da uno stato d'allerta, una sottile ansia. La nuova influenza è davvero un pericolo? E perché? Come possiamo difenderci?

In realtà a questi interrogativi nessuno, al momento del primo allarme, poteva dare una risposta.

All'inizio di aprile si diffondono le prime notizie sul "focolaio epidemico messicano" e il caso viene associato a un immenso allevamento di maiali di proprietà di una compagnia statunitense, nei pressi di Veracruz. Pochi giorni dopo giunge la conferma, dagli esperti di Atlanta, che davvero si è di fronte a un virus influenzale passato dai maiali all'uomo, un H1N1 mutante o, per l'esattezza, un "quadruplice ricombinante": un virus almeno in parte nuovo, la cui inattesa capacità di contagiare l'uomo è preoccupante. Tanto più che cominciano a circolare dati allarmanti circa la rapidità del contagio: già il 6 aprile i casi registrati sono 1.800 in una cittadina di 6.000 anime e si ha notizia che tra i morti ci sono anche dei bambini. Non è ancora il panico, ma l'ansia si allarga.

Le prime precauzioni e restrizioni riguardano gli aeroporti internazionali, le uniche frontiere in cui si è cercato di fare qualcosa per limitare il contagio: mascherine distribuite a tappeto e, negli scali più attrezzati, anche i rilevatori della temperatura corporea che individuano i soggetti ammalati (o meglio quelli con una temperatura corporea più alta del normale).

Tutto inutile.

Il virus in pochi giorni contagia migliaia di persone. Tra il 27 e il 29 aprile l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) innalza il livello di allerta da 3 a 5 (su una scala che va da 0 a 6); l'11 giugno viene ufficialmente decretato l'ingresso nella fase 6, quello di una pandemia conclamata. Il 14 luglio l'Oms dichiara "inarrestabile" il contagio.

È la prima volta che accade da decenni: sono passati 30 anni dal "falso allarme" del 1976, e oltre 40 dall'ultima pandemia vera.
...
(continua)

 

(Incipit) capitolo 2
Pandemie del terzo millennio


La data chiave per comprendere la sequela di allarmi e allarmismi pandemici che si susseguono da oltre un decennio è probabilmente il 1997. E questo per almeno due ragioni. La prima è che nel marzo di quell'anno apparve su Science l'articolo di un giovane patologo di origine tedesca, nonché direttore del laboratorio di biologia molecolare presso l'Armed Forces Institute of Pathology, Jeffrey K. Taubenberger: il giovane e fino a quel momento semi sconosciuto ricercatore, dichiarava di esser riuscito a isolare e a sequenziare, almeno in parte, il genoma del virus della "spagnola".

L'articolo che annunciava la clamorosa scoperta, era stato inopinatamente rifiutato dalla rivista inglese Nature e lungamente tenuto in "lista d'attesa" dalla rivista americana Science. I revisori delle due prestigiose riviste erano probabilmente scettici di fronte all'exploit di un giovane outsider, che pretendeva di esser riuscito a fare quello che i maggiori virologi e biologi molecolari al mondo reputavano pressoché impossibile.

Quella di Taubenberger era stata in effetti un'impresa memorabile. In parte sollecitato dalla lettura di un famoso libro, America's forgotten pandemic, nel quale lo storico Alfred Crosby aveva dichiarato che, a meno di ritrovare una capsula del tempo sepolta da qualche parte, sarebbe stato impossibile scoprire i segreti del virus che, in pochi mesi, tra il 1918 e il 1919 aveva fatto il giro del mondo, mietendo più vittime della Grande Guerra; in parte suggestionato dalla copertina che proprio la rivista Science aveva dedicato, appena due anni prima, a una curiosa ricerca di "archeologia genetica" sul tessuto oculare del padre della chimica John Dalton, affetto da discromatopsia (da allora definita daltonismo), il giovane patologo era infatti riuscito nell'impresa di riesumare il virus dai tessuti di un giovane soldato, morto quasi 80 anni prima, il 26 settembre del 1918, agli inizi di quella che è considerata la "madre" di tutte le pandemie moderne.

E dopo alcuni mesi di difficile lavoro, in un piccolo laboratorio e coadiuvato da due giovani e brave tecniche, era riuscito a tracciarne un primo draft di sequenza.

Si era trattato di una scoperta importante: sequenziare il genoma del virus capostipite di tutte le pandemie influenzali moderne avrebbe potuto infatti aiutare i virologi a far luce sul mistero della sua virulenza e, forse, a escogitare valide contromisure nei confronti della temutissima pandemia prossima ventura.

I meriti di Taubenberger e del suo piccolo staff sono stati via via riconosciuti in tutto il mondo, anche se a distanza di dodici anni bisogna ammettere che l'ottimismo di quei giorni era stato eccessivo e che resta ancora molta strada da percorrere e molto da imparare su quel maledetto H1N1 del 1918, sui virus influenzali in genere e sulle misteriose leggi che determinano l'irregolare alternarsi di epidemie stagionali e pandemie.

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(continua)


(Incipit) capitolo 3

Nascita, vita, morte e miracoli di un vaccino (anzi due)


La Novartis. Nelle vecchie fotografie Achille Sclavo ha un volto serio e tranquillo. Baffi bianchi e l'aria borghese - lui, figlio di un ferroviere - e bonaria dello scienziato del primo Novecento. Piemontese d'origine, igienista, rettore dell'università di Siena nei primi anni del secolo scorso, Sclavo è lo scopritore del vaccino contro il carbonchio.

Bella figura di medico: ostinato nelle sue ricerche sulla medicina preventiva, Sclavo si battè per migliorare le disastrose condizioni igieniche dell'Italia dei primi decenni del secolo scorso. Insistette per dotare Siena di un moderno acquedotto e di una efficiente rete di fognature. La città toscana divenne, per quei tempi, vigilia della Prima guerra mondiale, "la più salubre" d'Italia.

Achille Sclavo viveva fuori le mura di Siena: poco fuori porta Camollia, a Torre Fiorentina, lungo la strada che risaliva verso Firenze. Lì, in una villa comprata con il ricavato di un premio ottenuto per i suoi studi sul siero anticarbonchio, creò il suo primo laboratorio. Era una sorta di fattoria con "finalità scientifiche".

In poco tempo Sclavo trasformò la sua piccola officina di ricercatore in una innovativa realtà produttiva: nell'autunno del 1904 fondò l'Istituto sieroterapico e vaccinogeno toscano e inaugurò una stagione industriale destinata a rimanere nelle mani della sua famiglia per più di settant'anni.

Il cuore dirigenziale e scientifico di quella che oggi è diventata la Novartis è ancora attorno all'antica palazzina, dagli intonaci color avorio, di Achille Sclavo. L'originaria casa di campagna dell'igienista si è trasformata in una sorta di "villaggio scientifico". Non è più in mezzo ai campi: è accerchiata dai condomini del quartiere del Petriccio e dalle periferie di Siena oltre le mura medievali.

La sede centrale della ex Sclavo è ora una cittadella, figlia di uno sviluppo frammentato e labirintico, segnato da un piccolo dedalo di vialetti, crocicchi e scalinate. Qui oggi si trovano istituti universitari e SienaBiotech, società della Fondazione Monte dei Paschi.

Lontano, a 20 chilometri da Siena, a Rosia, campagne senesi verso la Maremma, vennero costruiti, a partire dagli anni Settanta, i magazzini e le stalle degli animali che servivano all'ex Sieroterapico. Oggi qui vi sono le linee produttive dei vaccini Novartis.
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(continua)


(Incipit) capitolo 4
Se ci si ammala. Come ci si cura (e dove)?

 

In mezzo a un fuoco incrociato di informazioni diverse. Per fronteggiare la pandemia, la macchina sanitaria ha dovuto cominciare a muoversi facendo attenzione a calibrare piani e interventi: no a eccessivi allarmismi, a corse in avanti, ma neppure sottovalutare le reali dimensioni del fenomeno.

Il bombardamento di informazioni è stato - e continua a essere - potente. E spesso una dichiarazione ha contraddetto quella precedente.

A Praga a metà settembre si tiene un incontro sulla pandemia influenzale. Escono cifre in libertà. Per l'Italia, gli esperti tracciano tre scenari: il quadro più ottimista prospetta oltre 12 milioni di casi e dai 12 mila ai 48 mila decessi, quello di media gravità 18 milioni di malati, quello più catastrofico 23 milioni di casi e 92 mila morti.

Tutte cifre che - viene precisato - comprendono anche l'influenza stagionale: un terzo delle vittime è causato dal virus stagionale, due terzi dal nuovo virus.

C'è di che preoccuparsi. Gianni Rezza, epidemiologo dell'Istituto di malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, manifesta grande perplessità su questi numeri, ritenendoli "molto sovrastimati". "Credo", dice, "che si riferiscano alle stime che sono venute fuori dal modello matematico realizzato in passato dal ministero della Salute. Solo che erano cifre che non tenevano conto del vaccino, grazie al quale i pazienti colpiti sono stimati intorno ai 3-4 milioni".

Messaggi contrastanti arrivano anche dalle istituzioni. A metà settembre il viceministro della Salute, Ferruccio Fazio, annuncia che lui non si vaccinerà. Ha più di 65 anni e non è tra le categorie a rischio, ma il messaggio suona come ambiguo, può essere letto come un segno di sfiducia nell'efficacia del vaccino.

A proposito delle cifre uscite dall'incontro di Praga, lo stesso Fazio dice alle agenzie: "Dare i numeri su casi e decessi attesi per la nuova influenza A non è una buona idea. È molto difficile far previsioni precise". Appunto. Pochi giorni prima Fazio aveva detto: "A fine epidemia dovremmo registrare non più di 250 casi di polmonite grave".

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(continua)

 


(Incipit) capitolo 5

Occhio al virus

Bel tipo, Ilaria Capua. Una donna tosta. Veterinaria, virologa, responsabile del laboratorio di virologia dell'Istituto zooprofilattico delle Tre Venezie a Padova. Nel 2008, la rivista Seed Magazine la incluse nell'elenco delle cinque Revolutionary Minds, "le menti rivoluzionarie" dell'anno. Nel 2007, questa giovane ricercatrice (ha poco più di quarant'anni, romana di origine, laurea a Perugia, apprendistato a Teramo, dal 1998 al lavoro a Padova), era stata inserita dall'American Scientific Award fra i 50 scienziati del mondo che più avevano contribuito al progresso scientifico.

E ben si capisce: nel 2006 furono Ilaria Capua e i suoi collaboratori di Padova a isolare, in Africa, il virus dell'aviaria, il minaccioso H5N1. Era la prova che l'influenza dei polli, già in circolazione in Asia almeno dal 1996, aveva concluso il suo viaggio verso ovest. I ricercatori padovani furono i primi ad accorgersene: sequenziarono il virus e ne scoprirono nuovi segreti, pericoli e mutazioni. Orgogliosi della loro scoperta, resistettero alle pressioni dell'Oms che chiedeva di depositare i risultati del loro lavoro in un database riservato. Sapete dove si trova questo archivio inaccessibile (solo quindici laboratori, e tutti del Nord del mondo,possono entrarvi)? A Los Alamos. E dipende dal Dipartimento della Difesa statunitense.

"Trovammo assurda la richiesta dell'Oms", ricorda Ilaria Capua. "In un'epoca in cui i virus possono passare in poche ore da un continente all'altro, ogni informazione che può essere utile a combatterli deve essere resa pubblica e di facile reperimento."

A Padova si scelse, con convinzione, di mettere in rete i loro dati: furono affidati alla GenBank, archivio elettronico ad accesso libero gestito dal National Center for Biotechonology Information a Bethesda nel Maryland. La sequenza dell'H5N1 scoperto in Africa fu scaricata almeno mille volte in una sola settimana.

Non fu una scelta indolore. Il mondo scientifico sobbalzò di fronte al coraggio dei ricercatori padovani: nel mondo dei biologi si scatenò un pandemonio politico-scientifico.

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(continua)

 

 


(Incipit) capitolo 7
Chi ci guadagna. Gli interessi di Big Pharma

 

Un affare da dieci miliardi di dollari. Tanto vale la partita della nuova influenza A, almeno secondo gli analisti della banca d'affari J.P.Morgan che, fin dal mese di luglio, hanno redatto un documento per stimare quanto entrerà nelle casse di Big Pharma (l'insieme delle multinazionali del farmaco) in conseguenza della pandemia.

A luglio J.P. Morgan scriveva che i governi dei vari Paesi hanno prenotato almeno 600 milioni di dosi di vaccino, per un controvalore di circa 3 miliardi di euro. Difficile, però, tenere il conto delle commesse (tecnicamente si chiamano contratti di prelazione) che gli Stati continuano a stipulare con i colossi dell'industria farmaceutica: J.P. Morgan ha quindi elaborato una proiezione secondo la quale ai 600 milioni di dosi già prenotate al momento della stesura del documento, ne andranno aggiunti almeno altri 350 milioni, pari a ulteriori 1,8 miliardi di euro.

Soldi sicuri, perché saranno i governi a pagare, senza il rischio per le industrie di affrontare il mercato che, si sa, è sempre un'incognita: non ci saranno invenduti, perché l'acquisto di tutta la produzione è garantito in partenza.

I profitti li registreremo alla fine del primo trimestre del 2010, dopo la stagione dell'influenza nell'emisfero Nord.

Nel frattempo dobbiamo accontentarci dell'andamento dei titoli in Borsa. I colossi del farmaco sono naturalmente società per azioni, quotate nelle principali piazze del globo: per far muovere un titolo, spesso, basta il sussurro di un amministratore delegato. Una dichiarazione soffiata nei registratori dei cronisti che lavorano per le grandi agenzie specializzate, l'intervista a un giornale letto negli ambienti che contano, un comunicato stampa spedito al momento giusto: è più che sufficiente per mettere in moto il meccanismo di acquisto/vendita delle azioni, per far muovere i grafici sui monitor di Milano come di New York e di Parigi. Un congegno implacabile che vale per le aziende di ogni comparto, non solo per il mondo del farmaco. In Borsa esiste una relazione strettissima tra informazione e soldi, perché gli investitori (e ancor più gli speculatori) prima ascoltano, leggono, studiano e poi comprano o vendono. Una notizia d'agenzia spesso determina la differenza tra il valore di un'azione all'apertura della Borsa e quello che si registra in chiusura di giornata. È il mercato ai tempi di Internet. Anche la nuova pandemia, benché solo annunciata, raccontata, temuta, ha cominciato subito a produrre i suoi effetti.

Nelle Borse di mezzo mondo il valzer fra titoli azionari e nuova influenza comincia subito, verso la fine del mese di aprile 2009: a spingere i movimenti sui mercati sono principalmente le notizie che provengono da Ginevra, dove ha sede l'Organizzazione mondiale della sanità.

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(continua)

 


(Incipit) capitolo 9
Dagli all'untore. Come informarsi

 

Lo storico Richard Collier nel suo libro dedicato alla "febbre spagnola" che colpì gran parte del pianeta fra 1918 e 1919 causando milioni di morti, racconta che alla fine di ottobre 1918, fra il 26 e il 30, in grandi città italiane come Roma e Torino si arrivò a contare 400 decessi al giorno causati dall'influenza. "Ma per quanto attentamente o meticolosamente gli italiani leggessero ogni mattina "La Stampa" o "Il Messaggero", scrive Collier, "tali atroci statistiche venivano loro negate".

Era la censura. L'Italia in quei giorni era un Paese in guerra, stremato dal conflitto, impegnato nell'ultimo sforzo bellico al confine orientale: il 23 ottobre del '18, da Vittorio Veneto, era partita l'ultima offensiva contro l'esercito austro-ungarico. Pochi giorni dopo, il 4 novembre, il Comando supremo avrebbe diramato il fatidico "Bollettino della vittoria", uno dei documenti di storia militare più conosciuti e mitizzati, mandato a memoria da milioni d'italiani: "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza".

La "spagnola" aveva cominciato a decimare soldati e popolazione civile all'inizio di settembre, senza che le autorità militari, civili e sanitarie sapessero e potessero intervenire. I medici erano incapaci di comprendere le cause della malattia, non vi erano cure efficaci. Ma l'Italia in guerra non poteva permettersi che agli effetti mortali del virus si aggiungessero lo smarrimento e la sfiducia dovuti all'evidente impotenza delle autorità. "Il capo del governo, il liberale Vittorio Emanuele Orlando", racconta ancora Collier, aveva quindi "imposto una censura severa quanto quella che Benito Mussolini avrebbe imposto al popolo più tardi, negli anni della dittatura".

Il divieto di nominare la "spagnola" colpiva i giornali e si estendeva alla vita di tutti i giorni: proibite le manifestazioni di dolore in pubblico, il suono delle campane a morto e così via. L'Italia doveva stringersi attorno ai suoi soldati, sostenere lo sforzo bellico senza cedere al panico e alla paura. La malattia andava semplicemente ignorata. In questo modo, certamente, si rinunciava a organizzare la prevenzione, si ostacolava la circolazione di informazioni preziose fra i medici, s'indeboliva in sostanza la risposta sanitaria all'epidemia, ma il potere politico dell'epoca riteneva che questo fosse il prezzo da pagare per concentrare ogni energia nell'impresa bellica in corso ormai da quattro anni.

Il silenzio ufficiale, naturalmente, non impediva affatto che si diffondessero voci e dicerie d'ogni sorta sulla misteriosa malattia, che colpiva in grande numero uomini e donne giovani e in salute, portandoli alla morte nell'arco di pochi giorni.

La censura rischiava di produrre proprio l'effetto più indesiderato, lo scoraggiamento, alimentato dal mormorio che correva di casa in casa e mescolava notizie vere e altre inventate.

In Parlamento, racconta ancora Collier, un unico deputato, l'onorevole Luigi Petravalle, medico di professione, esortò il governo a dire la verità sulla situazione sanitaria del Paese, "per mettere a tacere le voci che minavano il morale di una comunità di lavoratori in guerra".

Petravalle non fu ascoltato e i giornali continuarono a ignorare le notizie riguardanti l'influenza, in Parlamento non vi fu alcun dibattito sulla "spagnola", né si organizzò un vero piano sanitario per contenere i danni provocati dal tremendo virus. Non si potevano distogliere denaro, energie umane, risorse morali dalla guerra in corso. Il governo di Vittorio Emanuele Orlando non conobbe cedimenti né ripensamenti. Ebbe dalla sua parte la casa reale e l'élite economica. L'Italia del 1918 era un Paese stremato che cercava di reagire alla disfatta di Caporetto (novembre 1917) e i politici dell'epoca non avevano alcun dubbio sulla necessità di militarizzare lo Stato. Che l'epidemia facesse il suo corso nel silenzio dell'informazione pubblica.

Alla fine sarebbero morte a causa della "spagnola" almeno 600 mila persone, poco meno dei caduti in guerra (650 mila)

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(continua)


(Incipit) capitolo 10
La "spagnola" e le altre. Precedenti da paura

 

"Una strana forma di malattia è comparsa in Madrid": è il giugno 1918 e l'agenzia di stampa ufficiale spagnola Agencia Fabra conferisce il timbro dell'ufficialità a una notizia che da tempo circolava per vie informali. L'Agencia Fabra aggiunge un messaggio tranquillizzante: "L'epidemia è di natura benigna, non essendo risultati casi mortali", ma l'annuncio è il segnale che nel Paese (e in altre parti del mondo, ma poche persone al momento ne sono coscienti) sta avvenendo qualcosa di anomalo. C'è una strana malattia, alla quale si stenta anche ad attribuire un nome, che mette a letto milioni di persone.

Quando la Fabra lancia il comunicato, ripreso a Londra dall'Agenzia Reuters, circa un terzo della popolazione di Madrid è alle prese con "la febbre dei tre giorni", come l'avevano chiamata i soldati statunitensi della base militare di Campo Funston (poi Fort Riley)nel Kansas, qualche mese prima. Oltre un migliaio delle ventimila reclute ospiti del centro di addestramento erano cadute malate: accusavano brividi e febbre per tre-quattro giorni, poi guarivano. Casi analoghi si sarebbero poi registrati in altre caserme e in qualche grande fabbrica fra gli operai, ma nella primavera del 1918, anno di guerra anche per gli Stati Uniti, simili 206 eventi non hanno dignità di notizia per le autorità politiche e per l'opinione pubblica.

Anche in Spagna la "febbre dei tre giorni" era comparsa qualche mese prima della notizia telegrafata a Londra. A San Sebastián, cittadina della costa settentrionale, si era manifestata al solito modo: tre giorni di febbre, dolori muscolari, una sensazione di malessere. Niente di grave, ma la malattia era molto contagiosa e mostrava una particolarità: più che i bambini e gli anziani, come avveniva di solito con l'influenza, colpiva giovani adulti in buone condizioni di salute.

Le autorità locali, sorprese dalla diffusione del morbo, scelsero di non lanciare alcun allarme sanitario: si rischiava di compromettere la stagione turistica. A quel tempo San Sebastián era un frequentato luogo di riposo e di svago per l'élite del Paese e della vicina Francia. Nella neutrale Spagna, godendo del buon clima del paese basco, era possibile dimenticare per qualche giorno gli orrori che da quattro anni ormai angustiavano l'Europa in guerra.

In quel periodo la Spagna, in quanto non belligerante, è un Paese più ospitale e più libero degli altri. Perciò nel giugno 1918 arriva da lì la prima notizia ufficiale che l'epidemia è in corso. Prudente, come si conviene ai quotidiani dell'epoca, ma svincolata dai rigori della censura di guerra, la stampa spagnola comincia a pubblicare notizie sulla malattia, che comincia a condizionare pesantemente la vita quotidiana. A Madrid alcuni uffici pubblici sono costretti a chiudere per carenza di personale; molti tram restano chiusi nei depositi. Quando la febbre colpisce il re Alfonso XIII la notizia compare a caratteri cubitali sulle prime pagine di tutti i giornali.

Nel frattempo la malattia si è diffusa in numerosi altri Paesi, in Europa come nelle Americhe e in Asia, assumendo via via nomi diversi. Richard Collier, nella sua dettagliata ricostruzione del decorso planetario dell'infezione2, ne riporta alcuni. In Spagna un soprannome diffuso è "Il soldato di Napoli", dal titolo di uno spettacolo teatrale rappresentato a lungo a Madrid ma poi diventato metafora di noia e fastidio; in Germania si parla di "catarro lampo", i giapponesi preferiscono "febbre del lottatore", a Teheran si opta per il fattore atmosferico: "malattia del vento". Ma il nome che presto si impone e che resterà nei libri di storia è un altro: "spagnola". È il prezzo che il Paese iberico deve pagare per averne fatto menzione prima di ogni altro.

A Madrid la denominazione attribuita alla malattia non piace affatto. Si sospetta che dietro vi sia una sorta di congiura di qualche Paese insofferente per la neutralità mantenuta durante il conflitto. Il governo arriva a insediare una commissione medica che cerca di accreditare un altro luogo di origine della malattia, il Turkestan russo. Il tentativo non ha successo. La nuova malattia passa alla storia con il nome di "spagnola".

In Italia la "spagnola" compare nel maggio del '18, quando è segnalata in alcune città del Centro e del Nord: si diffonde rapidamente in giugno, proprio nelle settimane che vedono le truppe italiane impegnate a resistere all'offensiva austriaca sul Piave. In breve si estende anche ad alcune province del Sud Italia.

Le autorità sanitarie non se ne curano: secondo le descrizioni dei sanitari, la malattia si manifesta con febbre alta, brividi, indolenzimenti, a volte cefalee e più raramente tosse. Al terzo, massimo quarto giorno, comincia la convalescenza. La guerra è in corso, le priorità sono altre

...
(continua)
 

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