Scrittura creativa
Le parole che cambiano tutto
Confidenze davanti a un temporale. Dal nuovo romanzo dell'autrice di "Caterina sulla soglia"

[tratto da Le parole che cambiano tutto, Terre di mezzo Editore]

Fuori si è alzato il vento. A un certo punto lampeggia un fulmine, poi c'è un tuono molto forte e finalmente il cielo si apre e arriva l'acqua. Viene giù come se qualcuno avesse aperto una diga. Mio padre si alza di scatto poggiando entrambe le mani sul tavolo e va alla finestra. Io cerco con i piedi gli zoccoli sotto il tavolo e gli vado dietro, guardo anch'io fuori da sopra la sua spalla e vedo per qualche secondo il giardino folgorato da una luce sinistra. L'acqua scroscia giù che sembra volersi trascinare via tutto, attraversa il cortile come un fiume in piena. Poi mio padre sparisce di là, nel buio, e riappare con addosso un giubbino.
Beh, dice.
Cosa fai?, gli chiedo.
Mi siedo fuori a guardare il temporale.
Vengo anch'io, dico.

Prendo dall'attaccapanni una giacca impermeabile blu. Quando esco mio padre sta già asciugando una sdraio di plastica bianca. Ne prendo una anch'io. Lui si cala pesante a sedere, con le ginocchia che cedono nell'ultimo tratto. Poi accanto ho la sua pancia beata.
Ma quegli zoccoli non sono miei? Saranno cinque numeri più grandi dei tuoi piedi, dice.
Alzo le spalle. Oltre il muro le fronde degli alberi sbattute dalla pioggia danno spettacolo e io ho messo a fuoco due piante che si muovono insieme, a destra e a sinistra, un cavaliere che si agita su una piccola dama fremente.
Sarà stata questa, la tivù di una volta, dice mio padre.
Stiamo lì zitti a guardare per un bel po' e ad ascoltare il vento e l'acqua.
Ah, mi dimenticavo di dirti che ieri ha chiamato Janis.
Quando?
Mi pare che eri andata in biblioteca...Voleva sapere quando torni.
E tu cosa gli hai detto?
Che non lo so, dice con il tono di chi ha voglia di sviare il discorso.
Ma tu sei contento che sono qui?
Non so se c'è da essere contenti.
Lo guardo ma non aggiunge altro. La pioggia rimbalza sulle piastrelle della veranda e ci schizza i piedi.
Potremmo fare un giro in montagna, dico. O anche in qualche capitale. Praga. Secondo me Praga ti piacerebbe.
Dev'essere una bella città.
Se vuoi domani faccio un salto in agenzia.
No no, adesso non vado da nessuna parte.
Colgo un accento di insofferenza nel suo tono, ma è anche la sua prima estate senza mia mamma. Se
fosse ancora viva adesso sarebbero al mare, l'anno scorso sono andati a Porto San Giorgio. Avevano prenotato anche per quest'anno.
Vorrei sapere perché hai venduto il negozio, dico.
Non è un po' presto per andare in pensione?
Sono stanco Arianna. Peccato che né tu né Denis abbiate mai avuto intenzione di continuare.
Questo l'hai sempre saputo, anche quando hai insistito perché mi iscrivessi a ragioneria.
Ma sì, ognuno ha il diritto di fare quello che vuole. È che magari un altro, con i tempi che corrono...
Un altro chi?
Mio padre mi guarda.
Un altro al posto vostro.
Perché, tu? È quello che volevi fare?
Ormai l'ho fatto. E poi tuo nonno non è che mi abbia mai lasciato molta scelta. A un certo punto mi ha
tenuto a casa da scuola, ha deciso che non avevo voglia di studiare.
E a te è mai venuto in mente di dire di no al nonno?
Mi guarda e mi stupisco di vederlo con gli occhi umidi. C'è stato un momento, dice tornando a guardare gli alberi battuti dalla pioggia, c'è stato un momento in cui avrei dovuto dire di no, ma non avrei sposato tua mamma, e voi non sareste nati.
Peccato o no?, gli dico.
La vita senza tua mamma non riesco a immaginarmela.
E senza di noi?
Neanche senza di voi.
Lo guardo.
Un giorno di questi ti devo raccontare una storia, dice.
Raccontamela adesso, dico.
No, dice. Adesso no.
A un tratto la porta della cucina cigola alle mie spalle e si apre lentamente. Mia mamma invisibile scende lo scalino e si ferma accanto a me. È curiosa, lo sento, di sapere come parliamo senza di lei.

Per un tempo lunghissimo non diciamo più niente, stiamo ad ascoltare lo scroscio della pioggia con l'odore di terra bagnata nelle narici. I lampi e i tuoni sono molto ravvicinati, e gli occhi fanno male per lo sforzo di passare così in fretta e così spesso dal positivo al negativo delle cose. Quel chiaro livido che diventa una minaccia, gli oggetti usuali che ghignano perché continuano a esistere anche al buio - il tavolo di pietra, il dondolo, il vaso di rosmarino, la bicicletta appoggiata sotto la tettoia - quando noi non ci pensiamo più. Con le bombe era così, dice mio padre. La stessa luce. Ne mollavano giù a centinaia e il cielo si illuminava tutto. Anche il rumore assomigliava a questo. Solo, era più secco.
Era la nonna che spalancava la finestra, no?
Solo la prima volta, credeva fossero i fuochi d'artificio.
E anche i giocattoli, no? Buttavano giù anche i giocattoli.
Sembravano delle farfalline, invece erano bombe.
Ma erano i tedeschi o gli americani?
Gli inglesi. Ronco l'hanno bombardata gli inglesi.
Poi il vento cessa. Si sentono solo la pioggia e le macchine correre sull'asfalto bagnato, lungo la statale.
Senti, dice mio padre, schizzano di fango tutto il muro di fuori.
Anche adesso che hanno rifatto il marciapiede?
Quando piove così non conta niente.
Improvvisamente ho freddo ai piedi.
Io vado a letto, dico.
Beata te che riesci a dormire così presto, dice mio papà.
Non ho detto che dormo.
Spegni la luce in corridoio, dice.

Scritto da Susanna Bissoli 

Mondi possibili

"Le trame di tutti i grandi romanzi non sono altro che scherzi sublimi a cui la gente abbocca senza scampo, ogni volta". A dirlo è Kurt Vonnegut, compianto scrittore americano che nel suo romanzo più noto, "La colazione dei campioni", offre uno dei migliori scorci corrosivi della società americana. Vonnegut ha proprio ragione: quando si scrive, non si inventa semplicemente una trama. Ma si progetta, si costruisce, si pianifica un mondo narrativo; si mescolano insieme dialoghi, personaggi, prima e terza persona, una trama e una serie di imprevisti che raffinano la materia grezza della narrazione. È un po' come la scrematura del latte. Quello che non serve, la parte grassa, si butta via. Il processo di raffinazione si compie in tre mosse:

1 Curare la coerenza narrativa. Come ha fatto Marcel Proust nella "Recherche" dove la trama e la sua velocità di sviluppo, i dialoghi, il lessico formano un'unità coerente e solida, un mondo narrativo che si costituisce grazie alle parole. E non esiste prima e dopo di loro.

2 Uniformare il linguaggio. Per trovare un esempio immediato, ricorriamo al cinema. Nella sequenza iniziale di "Dogville", pluripremiato film di Lars Von Trier del 2003, una voce fuori campo ci mette in guardia dagli abitanti definendoli "brave e oneste persone". Proseguendo nella visione si scopre che tutti, a Dogville, sono dei cecchini dell'affabulazione. Il loro linguaggio colpisce anche gli spettatori, intrappolandoli nel mondo narrativo del regista.

3 Mixare categorie note con categorie nuove. Chi avrebbe mai dato un'identità a una pasta scaduta? Lo fa Stefano Benni in "Bar sport" con la Luisona: "una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di granella in duralluminio, puramente coreografica". È il tocco del maestro.

In fin dei conti la letteratura è una "cosmogonia": crea mondi realistici, fantastici, fittizi, ma tutti possibili grazie al forte legame che instaurano con il lettore che alla fine del romanzo sarà costretto a pensare: non è vero, ma ci credo.

Testo di Alessandra Minervini

 

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