Scrittura creativa
Sdjsak
Una macchina per scrivere, una parete bianca e un crocifisso. Lo scrittore si concentra su un vulcano in eruzione, ne escono lettere in libertà. Scoprite l'isola delle Eolie con Michele D'Ignazio.


La stanza che mi avvolge ha le pareti bianche, è stretta, dodici metri quadrati, la pianta rettangolare, il pavimento di cotto, una porta che dà sul corridoio e una finestra. Sui muri non c’è molto: un calendario, un orologio e un crocifisso. Di fronte a me, la macchina per scrivere. Ai miei occhi, la sua tastiera è come quella di un pianoforte per un pianista. Una volta che inizio a suonare è difficile smettere, anche nelle serate di burrasca come questa. Nota dopo nota, parola dopo parola, vado avanti nelle mie composizioni.


Lo faccio da un pezzo, nella solitudine della mia stanza. Sulla parete di fronte a me, ho appeso un foglio con dei suggerimenti. Pescare sempre dai ricordi, come se fossero dei pesci che nuotano in mare. Avere un’idea forte, come se fosse un vulcano pronto ad esplodere. La stanza in cui mi trovo è avvolta da altre stanze in una struttura che può definirsi una casa, a due piani. Ma io non la chiamo casa, mi sento ospite in questa terra, circondata da due bestie feroci. Il mare, che si è mangiato le barche, invadendo il piccolo porto. Il vulcano, che scende a valle con le sue lingue di fuoco che illuminano la notte.

Isola di Vulcano, 27 settembre 1979. Lo scriverei in alto a destra sul foglio, se questo fosse un diario, ma non so se considerarlo tale. La pioggia cade da più di ventiquattro ore. Sento i boati della terra, il rumore ritmico delle gocce d’acqua, il vento che sbatte sulle finestre. Percepisco la paura delle persone nelle altre stanze. Non sanno se guardarsi dal vulcano in eruzione o dal mare in tempesta.

Osservando fuori la finestra, nel buio della notte, non sanno se scrutare prima in basso verso le onde sul porto o in alto verso il cratere. Li temono entrambi. Li conoscono bene, ma non riescono a abituarsi alla sensazione di essere stretti nella morsa di una natura troppo violenta. Sento i bambini che piangono e immagino i volti in su, verso il cielo, silenziosi, con gli occhi vuoti della paura.

Qualcuno prega, mentre un altro boato annuncia la fuoriuscita di una nuova lingua di lava. Navigo a vista nel mare della mia composizione, ma questa sera la natura mi sovrasta, il frastuono mi distrae, sono obbligato a fermarmi. Diamine!

Sto perdendo la mia battaglia. Le mie composizioni non piacciono. La mattina al porto, è mia abitudine aspettare il barcone con le lettere, seduto al bar a fumare. Aspetto risposte, conferme, contratti, ma le mie note non provocano nessuna risonanza, al di fuori della mia testa. E allora, sto perdendo la mia battaglia, inizio a pensarlo. Sto aspettando lettere dal continente che non arriveranno mai.


Devo essere pazzo ad essermi accontentato di questa vita di paese, di attese del postino con la risposta dell’editore che non arriva
mai.  Devo essere pazzo a stare qui, solo, nella mia stanza, a fissare il crocifisso e il foglio dei suggerimenti, mentre fuori è l’apocalisse a inibire ogni senso.

Devo essere pazzo a restare su quest’isola, dove acqua e fuoco combattono dalla notte dei tempi, contendendosi il primato sulla terra.

Un’altra notte è passata. Mi sono addormentato sulla macchina per scrivere. Ho pigiato i tasti con il gomito e quello che ora trovo scritto sul foglio sono lettere in libertà: lamsjkfoes,dlaekfàOapqoekdnakljdalaajsdkl adalsssssssssss ssssssssssjdiqwpodjalsdjaSDJSAKaksllapeirpkcsdnlkdsdslsddkfjsdkldjdfkf.


Non piove più. I ruggiti del vulcano si sono placati e il rumore del mare sembra tornato quello normale, acquietato nel suo  movimento costante. Sento i rintocchi della campana, provenienti dalla chiesa, allora mi spingo verso la finestra e vengo illuminato da una luce tenue. L’ambiente è mite e si alzano, dalla terra, gli odori delle bacche selvatiche, del mirto e del legno umido. Vulcano, l’isola senza riparo ha cambiato volto, nell’arco di poche ore. Adesso sembra abbracciata dal mare e dominata da un ciclope calmo e soddisfatto. La gente si dirige verso il porto, così che anch’io esco dalla mia stanza, esco di casa e mi siedo sul muretto di pietre che delimita l’orto. Il vento ha fatto cadere a terra gli ultimi fichi della stagione. Le pesanti zucche sono invece ancorate ai solchi dell’orto e anche i pomodori hanno resistito bene. La paura sottovuoto della sera precedente si è aperta in un esplosione di sensi. Il vento leggero mi carezza la pelle. L’odore dei fichi schiacciati a terra è dolce. Il rumore delle campane e dei passi della gente, delle finestre aperte e sbattute ai muri mi suona confortante, così come la vista del mare e delle altre isole, il passaggio lento delle nuvole, la discesa delle persone verso le barche.

Abbracciato da quest’opera degna di un buon dio, ridotto al semplice esercizio di recepire quello che il mattino mi sta concedendo, mi convinco in fondo che le campane, il porto, il mare e l’isola nelle sua interezza mi bastano. Distese le gambe e incrociate le braccia, non provo altro desiderio se non quello di dimenticare tutto.

 

TESTO DI MICHELE D'IGNAZIO

Sdjsak

Il racconto di Michele D'Ignazio è costruito con abilità. L'urgenza dello scrittore non riguarda le idee "forti" o le azioni chiassose, "dove l'acqua e il fuoco combattono dalla notte dei tempi". L'autore, semmai, sembra raccontare una storia a voce alta, da cui sprizzano parole e immagini che vanno a comporre una trama di suoni e di smottamenti emotivi dello stomaco, del cervello, delle mani. Qualcosa di indefinibile ma insopprimibile, un Sdjsakakslllkkjhgfd, che dentro fa male e che la scrittura libera.

La fiera del luogo comune

Scrivere per luoghi comuni è come fumare una sigaretta dopo il caffè, mentre si legge il giornale. Come fare l'amore nel letto. Banale. Quindi, per prima cosa, cercate di evitate metafore o similitudini convenzionali. Niente "cuore d'oro" o "mite come un agnello" per descrivere una brava persona. E se parlate di un farabutto, al bando tutte quelle immagini che rimandano il concetto a forme di escrementi come "sei uno str***o!".

Il termine "luogo comune", in greco topós (luogo o argomento), ha due possibili definizioni. La prima, usata nelle discipline antropologiche, comprende proverbi, detti e tutto quanto concerne la saggezza popolare; la seconda ha una connotazione negativa e riguarda quello che tutti dicono e pensano, per torpore mentale o per sentirsi parte di un gruppo. Una trappola da evitare quindi, soprattutto in fase creativa.

Un utile strumento contro la banalità può essere il "Dizionario dei luoghi comuni. Catalogo delle idee chic" (Bur, 2009) del romanziere francese Gustave Flaubert. Se non lo trovate, potete sempre "proteggervi" con altri piccoli accorgimenti. Wikipedia e tutta la rete di internet sono enormi showroom del luogo comune: modelli da non utilizzare. Basta inserire in un motore di ricerca una frase tipo "oggi come oggi" per rendersi conto della valanga di siti in cui l'espressione incriminata compare.
Oppure sedetevi in poltrona, accendete la televisione e aspettate gli spot pubblicitari: imparerete ben presto che cosa evitare. Per descrivere un bambino, cancellatevi dalla testa il volto del testimonial sorridente della Kinder, o di uno dei serafici componenti della famiglia Mulino Bianco, col gatto persiano Gourmet che gironzola per casa.

Quando vi svegliate, la mattina, nella vostra stanza, vi ritrovate nello stesso luogo. Un luogo comune, appunto. Chiedete a vostra madre o a un'amica di descrivere la vostra camera da letto. Bene, ora avete in mano una serie di luoghi comuni da cui prendere le distanze prima di procedere con il vostro racconto.

TESTO DI MARCO PURITA

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