Scrittura creativa
Come
Un gioco di parole da leggere tutto d’un fiato scritto da Emanuele Milasi. Per scoprire, alla fine, che è possibile racchiudere la vita in una limousine. A chilometro zero.

Come ha una gallina e una Limousine. La gallina si chiama Betta, la Limousine Limousine. Se ne va in giro per la città con Betta accovacciata a fare uova tra il frigo bar e il posacenere perlato. Ma andiamo con ordine.

Come è un contadino. Fino a poco tempo fa abitava a Deri, paesino di campagna famoso perché il figlio del macellaio è diventato giudice di nuoto sincronizzato e ora vive in America e forse si apre un circo. Deri è uno di quei paesi sfortunati, che neanche ha una statua al Milite Ignoto. Tutti i suoi concittadini partiti per la guerra sono infatti tornati vivi e vegeti. Si dice che uno si era portato
dalla Siberia una pustola enorme che si allargava vicino al naso, ma niente più. Come si chiama in realtà Antonio, è figlio di Giuseppe e Maria, quindi “Come Gesù” dove Come è il nome e Gesù il cognome. Il nomignolo glielo hanno dato da piccolino, quando a Deri c’era ancora la scuola elementare, che nell’ultima trasformazione è diventata Museo naturale, con una pernice impagliata,
una testa di cinghiale e una ricostruzione di Dodo australiano. Alle elementari Come si era innamorato. Lei si chiamava Luisa, detta “la Bella del prete”, che per lo stesso gioco di prima veniva chiamata solo la Bella. Perché Del prete non lo sapeva nessuno.

La mamma della Bella, che è tuttora una perpetua, aveva un marito che raccoglieva olive e che è morto attraversando la strada. La cosa che tutti notavano è che Luisa aveva una voglia di more sotto il collo come il vecchio prete, come la vecchia madre del prete, come il vecchissimo nonno del prete. Lei non ha mai potuto indagare, morta in quinta per un raffreddore congenito, ché la
mamma non l’ha voluta portare all’ospedale che doveva preparare le ostie per la messa. Dopo la morte della Bella, Come non si è innamorato più di nessuno. Tutta la sua classe poi, sette persone, sono a mano a mano andati via. Oltre la Bella: Luigi “Pittore di foglie”, kebbabbaro emigrato a Torino; Emanuele “Ruba-liquore” impiegato comunale in città; Giovanni “Budino di mamma” e Alfredo “Re di questa minchia” operatori della mafia; Caterina “Più brutta dello scuro” interprete
cinese presso l’ambasciata nigeriana a Roma.

Non avendo persone della sua età, Come ha pensato bene di rintanarsi nella casa lasciata dai genitori, che hanno campato fino a che lui aveva vent’anni. Maria al momento della morte aveva il collo cortissimo, a furia di portare sacchi di patate in testa, Giuseppe aveva ormai un occhio cieco per via dei fichi d’India. È morta prima Maria, poi Giuseppe ha deciso di morire anche lui, e si è chiuso in stanza con la morta a fianco fino a che non è crepato dopo due giorni. Come era un po’
triste, ma poi gli è passato. Ha dovuto ridurre di molto la terra, che da solo non ce la faceva a coltivarla. La sua vita, finché non arrivò la Limousine, si svolgeva in 100 metri quadri di giardino con pomodori, zucchine, angolo di Betta e un albero di cachi (le pannocchie le rubava al vicino). In casa c’era la macchinetta del caffé di quelle che si capovolgono.

La passione di Come era la fiumara, ormai secca. Come si metteva sul letto asciutto e aspettava che passassero animali strani. Appena ne passava uno rideva, poi un altro e rideva. Se passavano cani randagi gli tirava pietre bestemmiando. A Come, prima della Limousine, gli piaceva chiacchierare con Domenico “Spizzica fagioli”. Lo invitava a pranzo e parlavano del fatto che quel giorno avrebbe piovuto, e che Iva Zanicchi forse avrebbe fatto un film porno. Come non guardava molto la tivù, e quindi su Iva Zanicchi non riusciva a discutere bene. Però sapeva tutto del tempo, quindi
poteva stare ore e ore a dire che quelle nuvole lì fra un po’ avrebbero girato a ponente, e che il sole non brucia più come una volta.

Un giorno, il giorno dopo che Come compì 40 anni, che per l’occasione Betta aveva covato pure un uovo in più, il Ruba tornò in paese. Annunciò alle quindici persone rimaste, escluso il prete, che da lì sarebbe passata la nuova superstrada della città. Avrebbero pagato a tutti un lauto compenso per lasciare il terreno e concluse “non siamo più campagnoli, ora siamo cittadini!”. Nessuno se lo
filò più di tanto. C’è da dire però che il Ruba è un uomo fortunato. Dei quindici paesani dodici
avevano oltre ottant’anni. Nel giro di sei mesi morirono tutti. Ne restarono tre. Uno, Giorgio “Scopa gatti”, era testardo che aveva novant’anni e non voleva crepare. Il Ruba chiamò allora il Budino e il Re e sistemarono presto la situazione. Rimanevano Come e lo Spizzica. Lo Spizzica decise di andare in Germania dal nipote, che da poco aveva aperto una polleria. Come invece non si schiodava.

Ebbe addirittura l’onore di conoscere Pietro “Piscia mutande”, ma non lo convinse mica. Allora ci pensò il Budino, che a scuola a parlare era sempre stato il più bravo, dicendo che gli avrebbero ceduto tutti i buoni uscita degli abitanti del paese, anche di quelli morti. Con quelli Come poteva anche comprarsi una Limousine. Gli disse che nella Limousine c’è tutto, il frigo, il forno, il letto, perfino la vasca idromassaggio. Lui volle vedere la Limousine, gli piacque e accettò.
Come ora vive nei parcheggi cittadini con Betta. La Limousine c’ha anche il posacenere, quindi ha cominciato a fumare un po’ di tutto. I sigari però non gli piacciono, perché a Come ricordano la strana storia di suo padre e del fico d’India che quasi l’accecò.

Come

Il racconto di Emanuele colpisce per la voce semplice, ironica, frizzante. Adottando la terza persona, l’autore è stato in grado d’indossare la maschera del narratore onnipresente, capace di giocare con le parole, il senso della vertigine. Attraverso i nomi propri, costruiti con precisione, il lettore è condotto fino alla fine della storia, per l’urgenza di ascoltare le voci diverse che s’intrecciano con simpatia.
Il ritmo è veloce, l’ascolto è incalzante. Il solo nome del protagonista risveglia la nostra immaginazione: Antonio, figlio di Giuseppe e Maria: “Come Gesù, dove Come è il nome, Gesù il cognome”.

* IL CONFRONTO *

La voce del dottor Destouche, in arte Céline, in “Viaggio al termine della notte”, è una canzone che narra della miseria morale, prima ancora che materiale, del XX secolo. L’assurdità della Guerra, il calore asfissiante dei Tropici nell’Africa coloniale, l’alienazione delle catene di montaggio fordiste, e altro ancora: è lo scenario attraverso cui passa il delirio di un uomo, la voce di un autore che no
vuole essere né imparziale né rispettoso.

Il canto imparziale di Louis-Ferdinand Céline

Ve lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati, sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia…
È il segnale… È infallibile. È con l’amore che comincia. (
Corbaccio, 2003 - traduzione di Ernesto Ferrero).

La scarica è continua, non è vero? È il motivo per cui l’editore parigino Robert Denoël, nel 1932, quando si trovò sul tavolo il dattiloscritto, 900 pagine, interlinea doppia, nonostante la sua casa editrice soffrisse di problemi di liquidità, la sera stessa telefonò a sua madre per farsi spedire all’istante il denaro necessario per la pubblicazione del libro.

Maschere e voci per raccontare la realtà

La voce, per qualsiasi scrittore, è il suono di tutto ciò che ha da dire in un racconto. Non è un atteggiamento, o una morale: la voce è quello che può accompagnare il lettore in una storia o rallentarne la lettura silenziosa. Il suono in ogni caso deve prendere il sopravvento, il lettore vi deve ascoltare, come se foste lì, voi, a leggere ad alta voce ciò che avete da raccontare.

Per cercare la vostra voce, incominciate a scrivere di luoghi, personaggi, dettagli, riducendo al minimo la distanza tra ciò che entra nella vostra testa e ciò che esce dalle vostre dita. Cercare la propria voce significa operare una sorta di autodisvelamento di sé, liberarsi da ogni sovrastruttura che blocca. Prendete come esempio Jack Kerouac, lo scrittore della beat generation e il suo “On the road” (Mondadori, 2007), per la scrittura autobiografica. Mentre per la scrittura in prima persona, leggete J.D. Salinger, “Il giovane Holden” (Einaudi, 2008). L’autore crea una voce diversa dalla propria, indossando una maschera che corrisponde alla voce del giovane protagonista.

Salinger sceglie parole colloquiali (“e compagnia bella”), utilizza una sintassi informale (“o che so io”), per riprodurre il gergo quotidiano. Le parole appaiono sì spontanee, ma è un’illusione: sono in realtà frutto di un lavoro preciso. Non sempre la voce narrante traduce la semplicità della lingua parlata. Provate a leggere Anthony Burgess, “Arancia meccanica” (Einaudi, 1999). Il narratore miscela al suo linguaggio espressioni gergali e termini russi (britva, rasoio; litzo, volto), che risvegliano la xenofobia insinuata in Occidente: siamo nel bel mezzo della Guerra Fredda.

Volete esercitare la vostra voce? Prendete una pagina a caso del vostro romanzo preferito. Se si tratta di  un’autobiografia narrata in prima persona, sostituitevi all’autore. Se la storia è raccontata adottando altri punti di vista (prima persona non autobiografica, terza persona onnisciente, etc.), siate attori, create voci diverse mascherandovi fra i personaggi. In altre parole seguite il consiglio di Oscar Wilde: “Rivelare l’arte e nascondere l’artista è il fine dell’arte”.

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