Scrittura creativa
La cura di Nietzche
Stefano Riba racconta pensieri che corrono veloci, si spintonano dentro la scatola cranica, tentando di uscire dai timpani. Un caos che si risolve grazie a un paio di baffi .


Quando accendo il cervello è un gran caos. Lo uso al minimo, come quando mio padre guida da hypermilers e tiene i giri del motore bassi. Ti fai due palle a viaggiare così, lento lento, ma la macchina fa i 30 con un litro e dura anche un paio d’anni di più. Così dice lui.

Invece quando i miei due emisferi escono dalle modalità lavoro, casa, sport, riposo e le sinapsi si perdono nei grandi sistemi ontologici o vanno a zonzo per i fatti loro, allora sono casini. Devo dirgli. Piano, piano, con calma. Che è come se tutti i pensieri corressero verso le pareti della scatola cranica premendo per trovare un’uscita. Una gran confusione. Ci si spintona, ci si insulta là dentro. Poi mi fan male le orecchie, perché tutti cercano di uscire dai timpani. 

Preferisco tenerla giù di giri la mia testa, che se ci riesco non devo prendere le pillole e la mia materia grigia magari dura di più come la Multipla di mio padre. Quando però non ci riesco, prima di passare alle medicine passo da un amico, Friedrich Nietzsche si chiama. È un mio vicino di casa. È anche la mia medicina omeopatica. Che dire di lui. È tedesco, ha 44 anni e scrive. Vive in via Carlo Alberto 6, io al 4 della stessa strada. 

Lo conosco dalla notte di lunedì 27 aprile 2009, dopo che sono uscito dal cinema che c’è nella galleria subalpina, il Romano si chiama. Quella sera le cose sono andate così. 

Cammino con lo sguardo vuoto di chi è a 50 metri da casa. Il pilota automatico mi porta ai tre gradini che scendono al porfido di piazza Carlo Alberto. Un gradino e bum. Sono steso a terra. Quando mi ripiglio capisco che c’è un uomo seduto sul secondo gradino. È lui che mi ha fatto da trampolino. Vedo il suo volto capovolto. Sottili linee scure escono dal suo viso e si avvicinano, mi sfiorano come i timidi tentacoli delle anemoni di mare. Toccano e si ritraggono. Ci metto un po’ a capire che quelle appendici mobili sono in realtà i suoi baffi. Mi rimetto in piedi e vedo che gli ricoprono tutta la bocca, arrivano fino a quasi la metà del mento. Ma non si muovono più.

Wie geht’s dir. Mi chiede. Ci metto un po’ a capire che mi sta chiedendo come sto in tedesco. Io che al liceo ho fatto il linguistico rispondo. Mein Arsch tut mir weh. Mi fa male il culo. Vedo che sorride. Lo capisco da come si muovono le guance, non dalla bocca che continua a esser nascosta dalla cascata di peli. Ha una cosa tra le mani, la infila sotto i baffi, poi mi chiede se voglio fumare. Una canna. Per convincermi dice.Ci vuole l’hashish per liberarsi da una pressione intollerabile che preme dal coccige, fin su dentro la testa. Una canna e il “Tristan” di Wagner, continua, solo così riesco a sentirmi leggero e a scordare di essere tedesco.

Mi siedo, aspiro, poi chiedo. Chi sei. Risponde. Friedrich Wilhelm Nietzsche. Da quanto sei a Torino. Domando. Risponde. Sono stato a Nizza fino a inizio aprile poi sono venuto qui. È bellissima questa città. Così limpida, l’aria è secca, energizzante, allegra e poi i colori sono stupendi. Provo a spiegargli che passino luce e colori, ma l’aria, quella non è che sia così pulita. Vedi le montagne ma respiri catrame. Dico. Lui si tocca i baffi con le dita, come a indicare la sua mascherina naturale contro lo smog.

Io che una volta all’Asl ho incontrato uno che portava sempre un berretto con il paraorecchie perché aveva paura che la morte gli entrasse dalle orecchie gli chiedo se i suoi baffi sono come i fanoni delle balena, se gli servono per filtrare le cose esterne.

Lui annuisce. Filtrano tutto. L’aria, le fobie, le verità, i dogmi, le bugie. 

Devo farmi crescere i baffi pure io. Dico. Staresti male. Risponde. Poi chiedo se ha fratelli o sorelle, come si fa con uno sconosciuto per essere gentili. Lui mi dice. Sì, ho una sorella, Elisabeth. È sposata con un antisemita, vivono in Paraguay dove stanno creando una comunità ariana. Razza pura in Paraguay. Domando. Lui fa spallucce e sputa a terra. Capisco che non vanno molto d’accordo. Niente più domande familiari. E tuo papà. Mi sfugge. Morto quando avevo quattro anni. Non dico nulla e penso che avevo detto basta.

Poi ricomincio che mi annoio a stare muto. Gli chiedo. Cosa fa qui. Lui mi dice scrivo un libro e perdo il senno. Figo, come Orlando. Rispondo. Lui dice più o meno. Gli chiedo del libro. Si chiama Ecce Homo. Dice. È un libro su come si diventa ciò che si è. 

Lo metto alla prova e gli chiedo com’è che lui è diventato ciò che è.

Leggerai il libro. E tu sai come come sei diventato te stesso. Ribatte.

Io ci penso. Più ci penso, più mi si scatena il casino dentro. Mi fanno male le orecchie e so che sto iniziando a parlare come quando nessuno mi capisce. Vedo che annuisce. Allora io continuo. Lui al posto di darmi le pillole mi incita. Quando non so le parole in tedesco le invento. Tanto capisce lo stesso. Poi i suoi baffi ricominciano a muoversi, arrivano alla mia testa, la avvolgono. Ho paura, però vedo le sue labbra. Mi sta dicendo un segreto, nessuno prima di me ha visto i suoi denti. 

Man muss noch Chaos in sich haben, um einen tanzenden Stern gebären zu können. Dice.

Bisogna avere il caos in sé per partorire una stella danzante. 

Ho capito gli dico.

Da allora niente più pillole. Mi cura lui portandomi ogni lunedì notte, nascosto sotto i suoi baffi, un nuovo segreto. 

 

TESTO DI STEFANO RIBA

 

la cura di Nietzsche

Il racconto colpisce per la precisione della struttura drammaturgica. Si nasce, si vive, si muore. Esposizione, conflitto, scioglimento. Dal mondo empirico al mondo della narrazione al racconto di Stefano. L’autore riesce a gestire in una storia breve una trama non facile: l’incontro con Nietzsche, il filosofo tedesco dalla bibliografia sterminata. Ci riesce grazie all’esattezza con cui scandisce gli atti della storia, ma soprattutto, grazie a una tecnica particolare. Hemingway la chiama “il principio dell’iceberg”: emerge una piccola parte, mentre tutto il resto è sommerso. Così l’autore utilizza dettagli della vita e considerazioni del filosofo che svolgono un effetto particolare. Rendere vero tutto ciò che non si è detto riguardo al personaggio principale. In questo modo la storia acquista credibilità: in altre parole, funziona.

 

* IL CONFRONTO *

Nel 1922 James Joyce scrive la sua opera più celebre: un racconto sulla gente di Dublino

Gente di Dublino di James Joyce

Eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howth con quel suo vestito di tweed grigio e la paglietta il giorno che gli feci fare la dichiarazione sì prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotti all’anice e era un anno bisestile come ora sì 16 anni fa Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato sì disse che ero un fior di montagna sì siamo tutti fiori.

La storia diventerà la trama di un romanzo: “Ulisse”. La tecnica utilizzata da Joyce per tradurre in parole la sequenza caotica dei pensieri è il monologo interiore, che disdegna logica, sintassi e punteggiatura convenzionale. I suoi 18 capitoli corrispondono ad altrettanti episodi del poema omerico.

Ulisse è rappresentato da Leopoldo Bloom, Penelope da Molly e il figlio Telemaco da Stephen. Ma l’Ulisse di Joyce è l’uomo comune che viaggia attraverso gli avvenimenti di un giorno qualunque in una città moderna, e che ne fanno un eroe. Alla fine della giornata Leopoldo, però, farà ritorno dalla sua Penelope, una moglie infedele.

 

Conflitti e soluzioni per trame d'autore

 La trama è il sistema nervoso di una storia. Il cervello è l’autore, i muscoli sono i personaggi, la trama è l’elemento di connessione. Spesso i termini storia e trama sono usati in modo indifferente. In realtà, una distinzione c’è. Mario ride, Marta piange, è una storia. Mario ride perché Marta piange, una trama. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a una narrazione di eventi, ma la storia è contraddistinta dalla successione temporale, nella trama invece se ne si sottolinea la scansione causale. 

Aristotele scrive che alla base di ogni trama esiste un problema, un difetto del personaggio. Questo problema genera conflitti, dà il via alla trama, porta avanti la storia. Ci fa appassionare. Prendiamo un personaggio e facciamolo lottare per la vita, l’amore, il denaro, la libertà. 

Allora possiamo distinguere diversi tipi di trama in relazione al conflitto narrato. Riprendiamo dallo scaffale della nostra libreria alcuni grandi classici. Iniziamo con “Anna Karenina” di Tolstoj: Anna è il simbolo della lotta contro se stessi e della lotta contro la società per conservare la propria onestà di fronte all’ipocrisia generale della vita borghese. “Il signore delle mosche” di William Golding, invece, descrive bene il conflitto dell’uomo com la natura e con i suoi simili. Per il conflitto tra uomo e Dio, vi consiglio di leggere o rileggere “Amleto” di Shakespeare mentre per capire il contrasto tra uomo e macchine, vi suggerirei “Torre di Cristallo” di Robert Silverberg, testo annoverato nella collana editoriale degli Urania classici. 

Un consiglio ai “giovani” scrittori. La trama nasce non da eventi ordinari, ma da personaggi, ambientazioni, situazioni insolite, da un giorno o un periodo di tempo straordinario. Inventate situazioni al limite dell’inverosimile e chiedetevi com’è possibile giustificare un evento del genere? Com’è possibile che un uomo si svegli una mattina trasformato in un insetto? Se proprio non vi viene in mente nulla, non vi resta che saccheggiare i giornali: lo ha fatto anche il grande Dostoevskij.  

 

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