Scrittura creativa
L'ultima settimana
Erica la trascorre in ginocchio, abbracciata al water, come fosse un ragazzo. In tasca ha un biglietto aereo e la stima di mamma e papà.

Papà Michele è stravaccato sul divano in compagnia di Ballarò, cartina di tornasole della zoopolitica italiana. "Zitti, silenzio, fatemi capire...", si affretta ad ammonire non appena qualcuno gli fa una domanda oppure alza la voce oltre i dieci decibel.
Ancora qualche minuto e sarà arruolato da Morfeo.
Mamma Francesca sta riempiendo una valigia rossa, nuova di zecca, di marca, di quelle che costano molto più del contenuto. E ripete a bassa voce, ritmicamente, tutta la lista di cose da stivare accuratamente. "Slip, calze, maglie intime, il maglione che a Londra fa freddo...".

Erica è in ginocchio. Non prega, non fa ginnastica. Una riga blu scorre dal bordo, lungo la ceramica, verso la superficie di urina. È il solito deodorante da water.
È abbracciata alla tazza del cesso, come si farebbe con un ragazzo. Sta restituendo la cenetta che la mamma ha preparato con tanto amore, ingenuamente. Peperoni ripieni e coniglio al forno, che ora hanno un aspetto decisamente diverso rispetto a mezz'ora fa.
Proprio nel pieno del getto riesce a sentire il jingle che annuncia l'arrivo di un sms sul telefonino. Ha uno scatto, come per alzarsi, ma si rende conto che non è il caso.

Nello stesso istante Francesca si siede accanto al marito le cui palpebre stanno dando ragione alla forza di gravità. Uno strattone secco di gomito ne allunga leggermente l'agonia.
"Ahhh -esclama Francesca, più che col fiato, con le corde vocali-. Allora ce l'abbiamo fatta?! La nostra figlioletta debutta nella sua prima sfilata importante".
"Eh sì, cara, avete fatto proprio un ottimo lavoro".
Francesca ora ha un tono tra il saccente e l'arrogante, con punte di voce stridula: "Ah, se non ce la metti tutta e ti fermi alla prima delusione, è finita. Ogni tanto Erica si è scoraggiata ma ogni volta l'ho tirata su".
"Abbiamo fatto la cosa giusta" afferma, con mezza frase avvolta in uno sbadiglio, Michele, cercando di soffocare quello scambio in preda al sonno conciliato da un assolo di Bersani in tivù.
"Già! Finalmente si muove qualcosa...", dice alzandosi Francesca per controllare le ultime cose. Biglietti aerei e carte d'identità sul pianoforte.

Erica si rialza, raccoglie il cellulare dal piano del lavabo, e scompare nella sua stanzetta. Aspetta un sms dal suo quasi ragazzo, che non arriva. L'unico messaggio è di Matilde, compagna di banco: "Erica ci manchi tanto, sarebbe stato bello averti qui, ma ognuna di noi vorrebbe essere al tuo posto. Stai spiccando il volo. Goditelo. Bacioni...".
Erica ha passato gli ultimi giorni a perdere peso da un corpo che non è d'accordo. È alta un metro e settantasette, pesa quarantotto chili. Una settimana fa pesava cinquanta chili e mezzo. Ha vomitato pranzi e cene, mantenendosi a diet coke e gomme da masticare, e suo malgrado, ora, lascia notare ancora meglio i suoi occhioni neri che escono un po' di più dalle orbite.

Nell'ultima settimana suo padre ha passato gran parte del tempo a spiegare ai suoi colleghi dell'ufficio postale, tra una raccomandata e l'altra, quanto è bella sua figlia, dove sarà la sua prima vera sfilata e quanto guadagnerà. Nello stesso tempo ascolta, svogliato e distratto, i discorsi dei suoi interlocutori che non hanno nulla da dire, oltre i bei voti presi a scuola dai figli.

Nell'ultima settimana sua madre ha passato ore al telefono per avvertire parenti e amici del grande evento. Che ormai la loro figlia ce l'ha fatta e che, a soli tredici anni, ha ottenuto il suo primo contratto. Ha comprato vestiti per lei e per Erica senza rendersi conto dell'apatia di sua figlia.

Le sue amiche del cuore, Matilde e Roberta, hanno passato il tempo in chat, fantasticando sulla gita di fine anno. Su ciò che avrebbero visto a Vienna, sul fatto che i ragazzi avrebbero alloggiato nel loro stesso albergo, e che forse qualche temerario le avrebbe raggiunte in camera, solo per parlare, forse, sfidando le rigide regole imposte dal vicepreside. Niente commistioni. Ragazzi da una parte, ragazze dall'altra. E ronda notturna.
Stefano, il suo quasi ragazzo, ha passato l'ultima settimana a dimenticare Erica. Destinata a un altro pianeta. Cercava di togliersi di dosso il suo profumo, di dimenticare il sapore di burro cacao sulle sue labbra, di negare la sorpresa delle loro lingue intrecciate. Prima volta per entrambi. Dietro un pilastro della stazione metro di piazza Duomo.

Erica trova la forza di rispondere a Matilde: "Voi mi racconterete di Vienna e io di Londra. Divertitevi". Il messaggio giunge nel pullman già sulla strada per Vienna, con tutti i suoi compagni dentro che cantano Sincerità, senza nessuna voglia di cedere al sonno.
Erica se ne va a dormire nuda con cinque gocce di Tavor.
Il mattino seguente si sveglia, si siede per la colazione. Non appena sua madre scompare in bagno, lei versa il latte nel lavabo e apre l'acqua, per non lasciare tracce.
Si veste.
Insieme alla madre prende un taxi per Malpensa. Lì le aspetta Mark, il capo dell'agenzia.
Si riconosce da svariate decine di metri. Ha un ciuffo modellato col cemento e basette più lunghe della media. Ex modello sui quarantacinque, ha completato da tempo la mutazione in manager autoritario.
È visibilmente infastidito per la presenza di Francesca, che al più presto dovrà uscire dalla vita di Erica. La ragazza deve essere plasmata, ha talento e non c'è posto per i capricci di una mamma.
Approfittando del fatto che Erica ha distanziato di un metro e mezzo sua madre, Mark saluta nervoso. "Ciao Erica" e, tra i denti: "Quanto pesi?"

Scritto da Giuseppe Santarsiero

 

L'ultima settimana

Una narrazione lenta, essenziale che racconta il lato B del mondo della moda; quel lato oscuro e stigmatizzato dalle luci della ribalta. Poche scene quotidiane: una famiglia davanti al focolare televisivo, una ragazza destinata alla fama e alla fame, adolescenti ingiustamente incompresi. La forza del testo di Giuseppe Santarsiero, risiede in loro. Nei protagonisti e nei personaggi satellitari, accennati come acquarelli narrativi, che con i loro gesti di disperante semplicità ci immergono in un racconto che arriva dritto al cuore.

Osservatori onnivori

L' occhio è il più indipendente tra i nostri sensi. Quello che vede, infatti, non lo decidiamo noi. Non necessariamente, almeno. E quello che entra nella sua traiettoria è sempre un fattore esterno. Volendo accostare la scrittura alla fotografia, dovremmo stabilire che queste due discipline necessitano degli stessi strumenti del mestiere. Cambia solo il loro supporto. Penna e pc per lo scrittore; macchina fotografica per il fotografo. Il risultato, in entrambi i casi, appartiene sempre e solo allo sguardo dell'autore.

Quando si scrive una storia si ha la sensazione di compiere un salto nel vuoto. Ogni lancio che si rispetti, però, ha una fase preparatoria: ilfamoso trampolino. È su di esso che si raccoglie l'energia prima di procedere al salto e di buttaregiù le parole. Ogni (s)lancio si distingue dal successivo grazie all'osservazione che può sembrare un'attività naturale, ma è il risultato di un allenamento costante e parallelo alla narrazione. A volte è un talento che preesiste alla scrittura. Ma il più delle volte si esercita per tentativi ed errori.

Osservare l'esterno, quello che ci circonda ogni giorno, è il migliore esercizio di scrittura creativa: occorre affinare lo sguardo per diventare un osservatore onnivoro a cui niente deve sfuggire. Il che non significa guardare il mondo indistintamente e fare di tutta l'erba "un fascio di parole". Allenandosi ogni giorno, si scopre che si sa già quello che si desidera guardare (e scrivere) e che bisogna solo vincere i filtri personali. Il vero problema infatti è quello che non vogliamo vedere, non quello che non riusciamo a vedere. Come dice Marcovaldo nell'omonima raccolta di Italo Calvino: "Chi ha l'occhio, trova quel che cerca anche ad occhi chiusi".

L'osservazione non attinge dalla fantasia, come fa l'immaginazione, ma dalla realtà, dalla verità, dai ricordi e come un lanternino li illumina e ne propone un tracciato, un ductus in latino. E "il modo di scrivere o di disegnare le lettere" cambia di volta in volta: può essere preciso, frettoloso, corsivo o posato. Dipende dallo strumento e dal supporto utilizzati.

Testo di Alessandra Minervini

 

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