Scrittura creativa
Lo scalo
Se una notte d’inverno un viaggiatore fosse salito su un treno, questa (forse) sarebbe la sua storia. O il suo sogno.

 

La voce gracchiò il messaggio rivolto ai passeggeri distraendolo dalla sua lettura. Tra le parole confuse pronunciate in lingue diverse riuscì a distinguere solo il nome della fermata. Bene! La successiva sarebbe stata la sua ma c’era tempo sufficiente per finire il capitolo del libro e preparare il bagaglio. 

Quando il treno riprese la sua corsa e il disordinato salire e scendere si placò lasciando in sottofondo solo lo sferragliare attutito delle rotaie, si rilassò e guardò fuori il familiare spettacolo della pianura: campi lavorati, file di alberi spogli, tetti di vecchie cascine. Cosa gli aveva detto alla stazione quel signore prima che salissero sul treno in ritardo? Ah, la solita frase fatta, “si sa cosa si lascia e non si sa cosa si trova”. Lui invece sapeva benissimo quello che avrebbe trovato: sempre la stessa piatta distesa che lo riconduceva al suo paese natale dove aveva deciso di godersi la pensione. La casa di famiglia ristrutturata, piccola ma sufficiente ai suoi bisogni, vecchi amici d’infanzia con cui godersi le lame di luce al calare della sera, gli argini scivolosi bagnati di nebbia. La neve ancora persisteva in piccoli cumuli ammucchiati ai bordi dei canali, scampata ai raggi di un pallido sole tra le zolle della terra arata, in bilico sui rami spogli degli alberi. La sera stava calando velocemente e, malgrado il riscaldamento, sentì un brivido salire dalle gambe guardando l’umido paesaggio. Cullato dal dondolio del treno, il torpore lo colse e il libro gli cadde dalle mani.

Fu risvegliato dallo scossone della frenata, un po’ troppo brusca in verità. La luce era scarsa. Erano accesi solo alcuni neon di emergenza. Accidenti, quanto aveva dormito? Scattò in piedi per raccogliere velocemente le cose sparse sul tavolino e sul sedile vuoto accanto al suo e raggiunse in fretta l’uscita temendo che il treno ripartisse. Affacciato sul predellino si chiese perché fosse così buio. 

La nebbia si faceva sempre più fitta. Riconobbe la sagoma della stazione, il cancello di ferro battuto, vanto del paese e dono antico di un artista del posto. Percepiva la frenetica attività delle persone intorno, confuse nei vapori che contrastavano la luce dei lampioncini, ma quando girava lo sguardo cercando la fonte del movimento trovava solo una silenziosa fissità. Persino il capostazione, di cui aveva indovinato l’arrivo lungo il binario mentre controllava la chiusura delle porte, era lì nel momento esatto in cui aveva girato la testa. L’acqua della fontanella di ghisa, sopravvissuta come altre reliquie alla ristrutturazione dello scalo, cadeva in uno zampillo immobile. Cominciava a dubitare che quella fosse la sua fermata. 

Scese lentamente sulla pietra della banchina e di nuovo percepì un movimento, questa volta sincrono, come se tutti i presenti si fossero contemporaneamente voltati a guardarlo. Eppure tutti avevano gli occhi rivolti altrove, e nascondevano il volto. Il capostazione studiava il suo blocco di carta.

“Mi scusi che stazione è questa?”.

“Non sa leggere?”, gli rispose l’uomo indicando il cartello a lettere bianche cubitali.

Accidenti alla nebbia! Per leggere dovette avvicinarsi finché fu troppo sotto e la scritta incombeva su di lui, illeggibile. Si allontanò finché non fu di nuovo troppo lontano per vederla nitidamente. Un fischio leggero proveniente da un binario lontano, annunciando qualche partenza, lo sorprese e gli ricordò la valigia che aveva lasciato sul treno. Tornò in fretta alla porta e fece per salire a cercare la sua valigia quando una mano gli serrò il braccio. 

“Dove sta andando?”.

“Devo recuperare la valigia, mi lasci prima che il treno riparta”.

“La sua valigia è lì”, e gli indicò un facchino dagli occhi bassi che spingeva un carrello.

“Ma chi vi ha autorizzato… Mi lasci voglio andare, voglio ripartire”.

“Mi mostri il biglietto”.

Si frugò nelle tasche e tirò fuori il biglietto.

“Mi dispiace, non è valido”.

Ancora una volta percepì un movimento e i rumori, il rumore delle porte che si richiudevano, il fischio, il rombo crescente della partenza. Il treno correva sul binario come se non si fosse mai fermato. Gli sembrò di scorgere, nella giostra dei finestrini illuminati, un uomo col capo abbandonato sul petto, sballottato dal rullare della vettura. Si girò verso il capostazione. Questi sollevò il capo, lentamente, e il suo volto era buio, più buio della notte più fonda che avesse mai visto.

TESTO DI SILVIA OBICI

 

Lo scalo

 

La prima cosa che convince di questo racconto è il suo ritmo vivace. La sobria ironia con cui l’autrice racconta la storia è ben dosata, non cede a facili sbavature che ne ridurrebbero l’effetto comico. La scelta delle parole, inoltre, rievoca immagini che partecipano con fervore degli stati d’animo del protagonista. Una sorta di sinestesia degli stati d’animo. Buono.

Meno efficace, invece, è l’incipit. La prima frase non funziona, non costruisce un’immagine utile per entrare nel mondo narrativo anche per la costruzione sintattica che è un po’ vaga. Attenzione, in generale, a non esagerare con le esclamazioni.

 

Fascino e rischi della prima persona

 

Per scrivere un buon racconto in prima persona è utile pensarlo in terza. L’autobiografismo spinto è un cul-de-sac: un tunnel nel quale andando avanti non si intravede la luce e indietro non si può tornare. 

Quando scrivo in prima persona, mi travesto da me stessa. Come faceva Humbert Humbert nella “Lolita” di Nabokov o Anse in “Mentre morivo” di William Faulkner (Adelphi, 2000): sono, contemporaneamente, narratori passivi e protagonisti attivi della storia.

Alcuni autori sono molto bravi a travestirsi, altri meno e scrivono racconti con una data di scadenza. Lo spettro del male, nel secondo caso, è l’autoreferenzialità e cioè: evita di dirmi che soffri per amore, mostrami la sofferenza. Per farlo, non c’è un metodo. Però, può essere utile immaginare che ogni storia sia una stanza dove chi scrive non è mai completamente solo e che c’è sempre un estraneo che lo osserva. “Affittiamo la nostra storia a questo sconosciuto per chiedergli di raccontare che cosa ha visto, se nella stanza c’è qualcosa che aiuta a slegarsi dal feticismo del ricordo a tutti i costi e ad affidarsi al feticismo del dettaglio. Così, per esempio, se il giorno che è morto mio nonno si è eroso il letto ungueale del mio alluce, mi soffermo sul male minore (l’alluce) per raccontare quello maggiore (la morte). 

L’unico modo per evitare il tunnel del narcisismo è legato all’unico motivo per cui vale la pena scrivere: essere letti e scoprire di non essere la prima persona a cui è accaduto quello che raccontiamo. In pieno accordo con la scrittrice scozzese Ali Smith che, nel racconto che dà il titolo alla sua ultima raccolta, scrive: “Tu non sei la prima persona che è stata ferita dall’amore. Non sei la prima persona che ha bussato alla mia porta. Non sei la prima persona che ho cercato di impressionare recitando brillantemente la parte di quella che non si lascia impressionare. Non sei la prima persona che mi fa ridere. Non sei la prima persona punto. Ma sei la persona di questo momento. Noi siamo le persone di questo momento. E questo basta, no?” (Ali Smith, La prima persona, Feltrinelli 2010).

TESTO DI ALESSANDRA MINERVINI

 

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